Dai geni accecati dalla propria grandezza ai gesti degli invidiosi e dei folli
I frammenti staccati della fontana del Moro, in piazza Navona a Roma, più che l'ultimo atto vandalico rivelano la febbre della nostra cultura. Chi ha aggredito il monumento quasi certamente non sapeva che i tritoni e le maschere sono copie ottocentesche di Luigi Alici. Forse ha pensato di colpire Bernini. Perché l'ha fatto?
Non c'è mai una vera ragione che guida la mano distruttrice. In taluni casi può essere lo squilibrio mentale, in altri l'invidia di un artista fallito, in altri ancora quel senso di uzzolo e di saccheggio che caratterizza le civiltà al tramonto. I barbari alla fine dell'Impero romano volevano cancellare una grandezza; i loro emuli, oggi, desiderano offendere un'autorità estetica che non riescono a capire. Eppure ci sono periodi in cui l'arte può trasformarsi in distruzione dell'arte. Senza citare futuristi e dadaisti, che progettarono di trasformare musei e biblioteche in macerie, l'eccessiva grandezza può spingere a gesti estremi. Deve essere stato addirittura Oscar Wilde, in una conversazione, a sostenere che l'autore della Nike di Samotracia alla fine la decapitò perché la testa avrebbe tolto lo slancio irrefrenabile alla dea. Nulla è più vero dell'aneddoto riguardante il Mosè di Michelangelo, il quale, contemplando la statua dopo le ultime rifiniture e stupito egli stesso dal realismo delle forme, esclamò: «Perché mi guardi e non favelli?». Poi, non riuscendo a frenarsi, la percosse sul ginocchio con il martello che impugnava. 
«La Pietà», la statua capolavoro di Michelangelo, presa a martellate nel 1972
Gli psicologi spiegano ogni volta quanto è accaduto, ma non c'è un vero rimedio, giacché vandalismo e grandezza fanno parte del clima di una società. C'è una specie di sindrome di Michelangelo che ci accompagna. E la differenza è presto chiarita: il suo gesto, dinanzi al Mosè, rappresenta l'eccessiva ricchezza d'arte del Rinascimento; l'ungherese che nel maggio 1972 prese a martellate la Pietà in San Pietro voleva soltanto diventare noto: era vittima della civiltà dell'immagine e non trovò altro per arrivare in televisione e sulle prime pagine. Scelse il monumento più affascinante. A lui non diceva più nulla.
Ma questa sindrome di Michelangelo si manifesta in tanti modi, in situazioni opposte. L'insegnante olandese, che colpì La ronda di notte di Rembrandt con dieci coltellate ad Amsterdam nel settembre 1972, urlava che doveva obbedire al Signore perché glielo «aveva ordinato»; il boliviano che nel dicembre 1956, al Louvre, scagliò un sasso alla Gioconda di Leonardo lo fece per poter passare l'inverno in prigione, giacché si trovava in difficoltà. Nel settembre 1991 chi frantumò con un martello il piede del David di Michelangelo, in questura dichiarò che era stato spinto dall'invidia. Il tedesco che colpì la statua di Pio VI del Canova, nel novembre 1969 a San Pietro, sostenne di essere contro la Chiesa. E non si è mai capito perché nel luglio del 1987 alla National Gallery di Londra un inglese ha sparato con il fucile da caccia contro il disegno di Leonardo rappresentante la Vergine con il Bambino, Sant'Anna e San Giovanni Battista.
Ogni caso non fa storia a sé, ma è parte di una crisi che ci avvolge. Una scusa ci sarà sempre. E in qualunque momento non mancheranno situazioni opposte, di diverso valore. In fondo, il giovane Platone che distrugge le sue poesie compie un gesto di grandezza. Capisce che non sono all'altezza del suo pensiero. Oggi chiunque può violare o danneggiare il nostro patrimonio per la medesima ragione. Anche se la febbre della nostra società è diversa da quella dell'Atene di due millenni e qualche secolo fa.
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