sabato 15 ottobre 2011

Italiano il nuovo direttore della Metropolitan Opera di New York

Un italiano a New York nel mito di Toscanini "Roma impari da altri"

NEW YORK - Per la prima volta, dai tempi di Arturo Toscanini, un italiano è stato nominato direttore principale della prestigiosa Metropolitan Opera di New York. Fabio Luisi, 52enne genovese con alle spalle una stellare carriera nei più importanti teatri d'opera del mondo, è asceso da settembre alla seconda carica, per importanza, del centenario Met, dopo che il suo direttore musicale, James Levine, ha annunciato che si ritirerà dal palcoscenico fino alla fine dell'anno per motivi di salute.

Luisi davanti al Metropolitan (Dion Ogust)
Luisi davanti al Metropolitan (Dion Ogust)
Nel mondo della lirica tutti parlano di lei come del naturale successore di Levine. Si sente pronto per questa sfida?
«James Levine è l'artefice di una rinascita musicale del Metropolitan di New York che è in atto da quarant'anni, ed è il direttore musicale attuale. Io sono felicissimo di essere parte della famiglia del Met in maniera più continuativa ed intensa, vedremo cosa porta il futuro».

L'arrivo a New York le ha creato non pochi problemi con l'Orchestra di Roma. A che punto è la controversia?
«Non so di nessuna controversia. Ho preso atto delle dichiarazioni dei responsabili del Teatro dell'Opera di Roma, ma nessuno si è poi messo in contatto con me. Altre istituzioni, e non meno importanti, come l'Orchestra dei Wiener Symphoniker, o la San Francisco Symphony o il Teatro Carlo Felice di Genova, hanno del resto perfettamente compreso la situazione e sono stati felici di poter aiutare il Metropolitan in questo frangente».

Com'è stato il primo impatto con l'Orchestra del Met?
«Dirigo al Metropolitan dal 2005, ed il rapporto fra l'Orchestra del Met e me è stato splendido fin dall'inizio. Nel corso degli anni abbiamo potuto approfondirlo, ottenendo risultati eccellenti in un repertorio che spazia da Verdi a Puccini, da Mozart a Strauss a Wagner».

È importante per un direttore d'orchestra instaurare una relazione personale con i cantanti?
«Non si tratta tanto di una relazione personale che vada nel privato, ma è importante considerarsi un partner per i cantanti ed indicare loro la meta e la strada per raggiungerla. Un bravo direttore non dà ordini, ma riesce a motivare il suoi cantanti, aiutandoli e convincendoli».

Il suo repertorio spazia da Strauss a Mahler, da Verdi a Puccini. Quale delle grandi tradizioni musicali europee sente più vicina al suo cuore?
«Come italiano sono legatissimo alla sensibilità musicale del primo romanticismo: Rossini, Bellini, certo Donizetti e tutto il suo sviluppo fino al verismo. Ma l'educazione musicale e la frequentazione assidua mi fanno sentire miei anche i grandi compositori del tardo romanticismo mitteleuropeo: Brahms, Mahler, Bruckner, Strauss».

Il «New York Times» l'ha descritta come una personalità più tedesca che italiana. Come concilia queste due anime nella vita pubblica e nel privato?
«Non mi sento una personalità tedesca, anche se forse il fatto di aver vissuto molti anni nei Paesi di lingua tedesca ha accentuato alcuni lati del mio carattere. La mia anima è profondamente italiana, e forse dello spirito tedesco ho assimilato alcuni aspetti, la tenacia, la precisione, la disciplina, la puntualità».

Che lingua parlate nella casa di New York?
«Parliamo tutti (mia moglie, i miei figli ed io) quattro lingue, e le mescoliamo spesso e volentieri. Per ora predominano l'italiano ed il tedesco, ma si cominciano a sentire forti influenze anglofile».

Il direttore Fabio Luisi, 52enne genovese
Il direttore Fabio Luisi, 52enne genovese
Che effetto fa vivere a Manhattan?
«Mi sono ambientato benissimo, insieme alla mia famiglia abbiamo trovato un bell'appartamento nella Upper West Side vicino alla scuola di mio figlio, e la città non smette di affascinarci, di sorprenderci e di piacerci: l'offerta - offerta in ogni senso: culturale, gastronomica, sociale - è straordinaria sia in termini di qualità che di quantità. Siamo al tempo stesso felici ed emozionati di questo nuovo passo nella nostra vita».

Sua moglie Barbara ha abbandonato del tutto il violino oppure pensa di riprenderlo qui a New York?
«Un musicista non abbandona mai il suo strumento: Barbara ora si dedica soprattutto alla fotografia, ha appena pubblicato il suo terzo libro e ha aperto uno studio, ma continua a suonare, a volte insieme con me, quando abbiamo un po' di tempo da dedicare alla musica da camera».

Il «New York Times» ha sottolineato la sua impeccabile eleganza in scena. Perché la cravatta durante le prove?
«Ritengo che un abbigliamento corretto durante le prove sia segno di rispetto verso chi lavora con me: le orchestre innanzitutto, i cantanti, i colleghi e collaboratori in generale».

Il nuovo Broadcast «The Met: Live in HD» con lei sbarca in Italia.
«Sono lieto che sarà possibile seguirlo anche dall'Italia, perché avvicina il mondo dell'Opera in generale ed il Met in particolare, ad un pubblico ampio senza "costringerlo" ad entrare in un teatro. Si tratta di un ricorso a mezzi tecnologici al servizio della musica e dell'Opera Lirica».

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