venerdì 24 febbraio 2012

Comment from C. Scalise - Spring Semester student at SASL

This spring semester I am studying abroad with the Sant’Anna Institute/Sorrento Lingue located in Sorrento, Italy. This is a small, but growing, international study abroad program with a school that overlooks the Bay of Naples.

My program consists of four classes including Business in the EU and Italian Literature, but also includes a 3 credit internship with the marketing department of a local Limoncello company. The opportunity to work abroad in addition to studying abroad seemed like an obvious choice. Also, since I come from a small town in Rhode Island, I wasn’t looking to jump straight into a large, fast-paced city, but preferred a slower-paced, culturally rich environment. What I liked even more about this program was the fact that it is non-traditional in the sense that it is not located in one of the mainstream study abroad cities. For this reason, the area is less filled with Americans and I am able to practice my Italian daily with the locals, as well as my host family.

Here in Southern Italy, I am also able to live and experience the traditional, slower-paced Southern Italian lifestyle. I knew that this program and its location seemed to be a good fit for what I was looking for, and I feel happy with my decision in choosing this program. Since arriving, I feel more relaxed and already feel creatively inspired by the great writers and painters that once walked these streets, especially since I am a creative person at heart.

I love to paint, write, and read, but I also enjoy playing soccer since I have a competitive side. I am majoring International Business and Italian, which is one of the main reasons why I am studying abroad this semester. I also have always had this passion to see the world around me and to interact with the cultures that I have, thus far, only gotten to know through power point slides and online research. Aside from a few weeks in Mexico, Canada, and Ireland, I have not had much international experience, but that is what has made this new adventure so exhilarating and already so fulfilling.

As soon as I arrived here in Sorrento, I first noticed how nicely every Italian dresses. For me, dressing well is important and I take pride in it, but I was completely blown away when I found out Italians take it to a completely new level—I mean they dress to the tens! (Not the nine’s). Aside from that, the pure beauty of Sorrento, and its surrounding area of Naples, is stunning. The winding roads, the Roman and Greek architecture, and the prominent view of Vesuvius have already made my first impressions of Sorrento awe-inspiring and I cannot wait to experience more.


venerdì 17 febbraio 2012

Se la metafora uccide la lingua

Negli ultimi tempi, molti hanno scritto intorno alla salute della lingua italiana. Mi sembra giustissimo: la nostra lingua possiede una bellezza, una ricchezza, una flessibilità straordinarie; e impoverirla o deturparla non provocano soltanto una dolorosa ferita alle parole, ma un colpo mortale alla nostra civiltà, alla nostra intelligenza e ai nostri costumi. Battersi in difesa della lingua è molto più importante che battersi per la abolizione o la conservazione dell'articolo 18. Possiamo difenderla soltanto in un modo: cercando di parlare e di scrivere secondo la sua natura e la sua tradizione.

Dante e Virgilio nel Parnaso dipinto da RaffaelloDante e Virgilio nel Parnaso dipinto da Raffaello

Qualcuno ha giustamente osservato che in questi anni stiamo dimenticando molti vocaboli della nostra tradizione, e che impoveriamo diverse forme della sintassi italiana, specie nel caso del congiuntivo e del condizionale. È comico vedere alcuni ricorrere a una preposizione sconosciuta, e declinare il verbo che si accorda con questa preposizione: sembra che stiano inghiottendo carboni ardenti. Perdere vocaboli e forme sintattiche è molto grave per una lingua come la nostra, il cui fascino dipende in primo luogo dalla ricchezza: è assai meno grave per il francese, che può difendere la sua eleganza anche con un vocabolario diminuito. Ma i disastri peggiori sono stati compiuti nella un tempo sterminata lingua inglese: quando leggiamo certi libri di storia o di critica letteraria, restiamo atterriti, perché ci rendiamo conto che a volte l'inglese, specie nella sua forma internazionale, è ormai incapace di esprimere pensieri appena difficili e complicati.

Nel caso dell'italiano assistiamo a un fenomeno singolare, che credo unico nel panorama delle lingue europee di oggi. La nostra lingua si imbruttisce non per via della sua progressiva povertà, ma del tentativo di ostentare una ricchezza metaforica inesistente. Un uomo politico o un giornalista televisivo non dicono più che bisogna togliere la fiducia in Parlamento a Berlusconi o a Monti, ma che si deve staccare la spina a Berlusconi o a Monti. È una metafora sinistra, perché allude al distacco del respiratore che tiene in vita un moribondo: episodio di cui si è molto parlato al tempo del caso Englaro. Meno sinistra, ma non meno ridicola è l'espressione: Berlusconi o Bersani devono fare un passo indietro, che esprime con un'immagine una semplice riserva politica.

Nei due casi assistiamo al tentativo grottesco di dare fantasia, inventività ed espressività a una lingua impoverita e cadaverica. Il gergo politico è pieno di queste metafore oziose, che rendono incomprensibile, a uno straniero, l'ascolto della nostra televisione o la lettura dei nostri quotidiani.

Da una decina d'anni, continua a sopravvivere l'espressione , che si è diffusa mostruosamente insinuandosi tra gli altri vocaboli. Chi parla, sta confidando al suo uditorio pensieri semplicissimi, quasi elementari, o raccontando un evento comune. Ma vuole dare l'impressione che il suo pensiero sia difficile, arduo, labirintico, problematico, e che l'evento sia complicato e quasi incomprensibile. Così dice, solennemente, in qualche modo, confidando di avvolgere il suo uditorio e di venire avvolto in una nube di rispetto e di reverenza.

sabato 11 febbraio 2012

L'epopea di Vespucci, inventore dell'America

Raccontò i suoi viaggi in caravella oltre l'oceano e identificò il Brasile con il «paradiso terrestre»

Sebbene abbia dato il suo nome a due continenti, sappiamo pochissimo della giovinezza e della prima maturità di Amerigo Vespucci. Nacque a Firenze il 9 marzo 1454: il padre, Nastagio, era un modesto notaio, che cogli anni allargò le sue competenze, diventando notaio della Signoria. Ma di Amerigo Vespucci ci sfugge il volto: secondo Vasari, Ghirlandaio l'avrebbe rappresentato in un affresco della Chiesa di Ognissanti: ed è possibile che Leonardo gli abbia dedicato, non sappiamo quando, un disegno al carboncino.

Vespucci cominciò a vivere, ad avere un nome e una persona, quando entrò sotto l'influenza di Lorenzo de' Medici, e della sua «versatilità luminosa, della miracolosa facilità», che irradiava intorno a sé e su tutta Firenze. Se non a Lorenzo, Vespucci era legato a un suo cugino, Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, di qualche anno più giovane di lui, che Lorenzo aveva adottato ed educato come un padre scegliendo i suoi educatori e occupandosi di amministrare i suoi beni. Di Lorenzo di Pierfrancesco, sappiamo moltissimo. Era il misterioso Mercurio che appare nella parte sinistra della Primavera di Botticelli: possedeva una straordinaria precocità e maturità, una cultura rara persino in quei tempi coltissimi: era amico di Poliziano e di Marsilio Ficino; fu il destinatario della Primavera, di Pallade e il centauro e della Nascita di Venere del Botticelli; e sempre al Botticelli commissionò le illustrazioni della Divina Commedia. Negli anni novanta protesse il giovane Michelangelo, e aspirò a diventare signore di Firenze. Come Mercurio, si occupava di commerci e di banche, sia in Italia che in Spagna: Vespucci lavorava per lui e acquistava per lui merci preziose.

Non esistono ritratti coevi di Vespucci. Qui sopra: una sua statua agli Uffizi di FirenzeNon esistono ritratti coevi di Vespucci. Qui sopra: una sua statua agli Uffizi di Firenze

Qualche anno prima, era accaduto un evento, che assunse presto una irradiazione simbolica nella vita di Firenze e della cerchia medicea. Un cugino di Amerigo, Marco Vespucci, aveva sposato nel 1468 Simonetta Cattaneo, che discendeva da grandi famiglie liguri. Simonetta era nata nel 1453: aveva trascorso l'infanzia tra Portovenere, Lerici, Genova, una villa di famiglia a Piombino; ed era stata educata alle arti del Trivio e del Quadrivio. Nessuna, meglio di lei, poteva incarnare la figura della giovane dama del Rinascimento. Quando si trasferì a Firenze come moglie di Marco Vespucci, diventò l'amica, o l'immagine amorosa, o la «ninfa» di Giuliano de' Medici, fratello minore di Lorenzo. Il 29 gennaio 1475 Giuliano vinse una Giostra celebrata a Firenze. Aveva una armatura scintillante, vesti bianche ricamate di pietre preziose, un cavallo donatogli da Federico da Montefeltro; e portava un grande stendardo di taffetà, dipinto da Botticelli. Lo stendardo, che raffigurava Pallade, è andato perduto: ma ne conserviamo una precisissima descrizione. Pallade era vestita d'un abito d'oro fino: teneva i piedi su fiamme che ardevano rami d'ulivo; e guardava fissamente il sole alto nel cielo. Sotto, un foglio scritto a lettere d'oro diceva: La sans par, l'impareggiabile. La sans par era Simonetta Vespucci.

Quasi nello stesso tempo, Poliziano scrisse le Stanze, dedicate di nuovo a Giuliano de' Medici e a Simonetta Vespucci, le quali donarono colori e immagini alla Primavera di Botticelli. Ecco Simonetta, nel cuore della foresta:
«Candida è ella, e candida la vesta,
ma pur di rose e fior' dipinta e d'erba;
lo inanellato crin dall'aurea testa
scende in la fronte umilmente superba;
rideli a torno tutta la finestra,
e quanto può suo cure disacerba;
nell'atto regalmente è mansueta,
e pur col ciglio la tempesta acqueta».
Giuliano, anzi Iulio, le rivolge la parola.
«Volta la ninfa al suon delle parole,
lampeggiò d'un sì dolce e vago riso,
che i monti avre' fatto ir, restare il sole
ché ben parve s'aprisse un paradiso.
Poi formò voce fra perle e viole,
tal ch'un masso per mezzo avre' diviso;
soave, saggia e di dolcezza piena,
da innamorar, non ch'altri, una Sirena ...».

Tutt'attorno una moltitudine di uccelli, di fiori e d'alberi meticolosamente enumerati: abeti senza nocchi, allori, pioppi, platani, cerri, faggi, corniole, olmi, frassini, ellera, bossi, mirti; che ritornano nella moltitudine d'alberi e fiori della Primavera .

Pochi anni dopo, il 26 aprile 1476, quando aveva ventidue o ventitré anni, Simonetta Vespucci morì di tisi. A nulla servirono le cure scrupolose del medico di Lorenzo de' Medici: la salma venne portata scoperta da casa al luogo della sepoltura; e coloro che parteciparono alla cerimonia piansero tutte le loro lacrime. «Morì nella città nostra - scrisse Lorenzo de' Medici in alcune bellissime pagine del Comento - una donna, la quale mosse a compassione generalmente tutto il popolo fiorentino; non è gran meraviglia, perché di bellezza e gentilezza umana era veramente ornata... E in fra l'altre sue eccellenti dote aveva così dolce ed attrattiva maniera, che tutti quelli che con lei avevano qualche domestica notizia credevono da essa sommamente essere amati... La compassione della morte per la età molto verde e per la bellezza, che così morta, più forse che mai alcuna viva, mostrava, lasciò di lei un ardentissimo desiderio». «Si può giungere alla perfezione - concludeva Lorenzo - solo attraverso la morte, e il pensiero e la contemplazione della morte». La notte dopo la cerimonia, Lorenzo ed un amico passeggiavano parlando di questa sventura. In cielo, c'era una stella chiarissima, che superava di gran lunga lo splendore delle altre stelle. Rivolto all'amico, Lorenzo disse: «Non ce ne meravigliamo, perché l'anima di quella gentilissima o si è trasformata in questa nuova stella o si è congiunta in essa».

Un’illustrazione dello sbarco di Vespucci in America (Galleria nazionale delle stampe di Roma)Un’illustrazione dello sbarco di Vespucci in America (Galleria nazionale delle stampe di Roma)

Così la figura di Simonetta Vespucci ricevette l'ultimo tocco: la bellezza, la giovinezza, i tratti squisiti, sereni e pensosi del viso, gli occhi scintillanti di luce interiore, i lunghi capelli biondi sciolti, l'ideale neoplatonico della ninfa, la morte prematura, il dolore e le lacrime dei fiorentini, la sepoltura, l'identificazione con la stella luminosissima - tutto quanto aleggiava, in quel momento, nel cielo di Firenze fu proiettato sulla persona di Simonetta. Botticelli la raffigurò in diversi quadri, tra i quali La nascita di Venere : nelle illustrazioni della Divina Commedia dedicate a Beatrice; e in un ritratto postumo di Giuliano de' Medici, morto esattamente due anni dopo, dove Simonetta appare nell'immagine di una tortora poggiata su un ramo secco, segni di morte e di afflizione. Simonetta era diventata un grande mito di bellezza e di morte; un simbolo sovrannaturale di perfezione, al quale tutta la Firenze tardo-medicea partecipava e dal quale si sentiva protetta. Altri artisti la raffigurarono: Piero di Cosimo nei tratti di una Cleopatra, che portava un aspide attorno al viso. L'ultimo ricordo venne ancora da Botticelli: secondo una tradizione che credo verosimile, lasciò scritto di voler venire sepolto nella Chiesa d'Ognissanti, ai piedi di Simonetta.

Sotto l'ombra protettiva di Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, Amerigo Vespucci partecipò e collaborò alle fitte discussioni geografiche e cosmografiche, che in quel periodo erano vivacissime a Firenze. Al cuore di queste discussioni, stava sempre Paolo dal Pozzo Toscanelli (al quale Eugenio Garin ha dedicato un bellissimo ritratto): figura straordinaria di geometra, matematico, filosofo, medico, astronomo, astrologo, che discorreva con Filippo Brunelleschi, Leon Battista Alberti, Marsilio Ficino, Pico della Mirandola e Nicola Cusano. Qualche decennio prima, era stata tradotta in latino la Cosmographia di Tolomeo: mentre, nel poema Il Guerin meschino, che ebbe un grande successo di lettori, Andrea da Barberino divulgava le nuove conoscenze geografiche. Firenze derivava notizie ed echi dagli ambienti mercantili di Pisa e di Venezia, dagli Ordini Mendicanti, da banchieri e imprenditori, e dalle immaginazioni classiche e celtiche sulle Isole felici: le Canarie, Madera, le Azzorre. A partire da questo momento migliorarono e si moltiplicarono le carte nautiche, i portolani, i manuali mercantili e i planisferi.

L'interesse geografico aveva un fondamento pratico: come raggiungere la Cina e il Giappone? In Cina era caduta la dinastia mongola: i sovrani mongoli della Persia si erano convertiti all'Islam; così ora, dopo un secolo e mezzo di viaggi protetti dalla benevola tolleranza dei Khan, le strade di terra verso la Cina erano nuovamente chiuse. L'Asia meravigliosa e miracolosa di Marco Polo si poteva raggiungere varcando il capo di Buona Speranza, come Bartolomeo Diaz e Vasco de Gama fecero verso la fine del quindicesimo secolo. Ma la strada verso Occidente, quella che si percorre attraverso le Isole felici? Con l'aiuto del mappamondo prestatogli da Francesco Castellani, Paolo dal Pozzo Toscanelli cominciò i suoi calcoli. Nel giugno 1474, inviò a Fernam Martins, canonico di Lisbona, «amico e familiare» del re di Portogallo, una lettera famosissima che Cristoforo Colombo conobbe. «Rimetto a Sua Maestà una carta fatta con le mie mani, nella quale si trovano disegnati i vostri lidi, e le isole dalle quali il viaggio si dovrebbe cominciare, sempre verso Occidente, e i luoghi ai quali si dovrebbe giungere, e quanto si dovrebbe declinare dal polo, e dalla linea equatoriale, e quanto spazio, ossia quante miglia converrebbe percorrere per giungere ai luoghi fertilissimi d'ogni specie di aromi e di gemme».

Toscanelli sognava i grandi edifici reali nelle nuove terre, e i corsi d'acqua meravigliosi per ampiezza e lunghezza, le duecento città lungo le rive di un solo fiume, i grandissimi ponti di marmo orlati di colonne, i templi e i palazzi coperti d'oro solido, e i «filosofi ed astrologi, per le cui arti e invenzioni fioriscono quei saggi paesi».

Nel 1491, la vita di Amerigo Vespucci interruppe il suo corso. Lasciò Firenze: quell'aria intellettuale e febbrile, dove tutte le attività umane si trasformavano in arte, quella cultura piena di simboli neoplatonici, dove aleggiava il sogno di Simonetta Vespucci, la sua bellezza, la sua morte, la sua radiosa immortalità. Si trasferì a Siviglia, che presto sarebbe diventata la tumultuosa capitale comune dell'Europa e delle Americhe appena scoperte. Vi lavorò per Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici e per alcuni grandi mercanti fiorentini, come Giannozzo Berardi, trafficando nel commercio dell'oro e degli schiavi. Tutta la sua vita cambiò. Imparava il suo mestiere non più sulle carte e i mappamondi, ma nei fondaci e sulle banchine dei moli, dove raccoglieva avidamente le notizie giunte dalle Indie. Nel settembre 1494, si occupò della seconda spedizione di Colombo: una grande flotta di diciassette navi e milleduecento uomini, salpata da Cadice. Comprese che quello era il suo momento, atteso da tanti anni. Presto sarebbe partito anche lui per le terre appena scoperte: non come uomo di mare, ma come cosmografo-astronomo, esperto di computi matematici.

La prima spedizione di Vespucci lasciò l'Europa il 10 maggio 1497: quattro caravelle che battevano bandiera spagnola. Toccò le Canarie, e poi mosse verso Occidente, non lontano dai luoghi dove, qualche anno prima, era disceso Colombo. Nelle spedizioni successive - probabilmente due, in parte finanziate dal re del Portogallo - le mete furono più ambiziose. Vespucci arrivò in Venezuela: poi scese verso sud: il 1° gennaio 1502 scorse il luogo dove sarebbe sorta Rio de Janeiro: discese ancora più verso sud, lungo le coste del Brasile, incontrando la foce del Rio della Plata, e toccando il cinquantesimo grado di latitudine; e toccò le rive occidentali dell'Africa, raggiungendo di nuovo Lisbona nel settembre 1502.

Presto cominciò a raccontare le sue imprese, seppure in piccolo spazio: dapprima nel Mundus novus, indirizzato a Lorenzo di Pierfrancesco de' Medici, e tradotto in latino dall'italiano: poi nella Lettera di Amerigo Vespucci delle isole nuovamente trovate in quattro suoi viaggi, rivolta a Piero Soderini, gonfaloniere di giustizia a Firenze, forse pubblicata nel 1505. «Ciò che noi abbiamo sopportato davvero in questa immensità del mare - scriveva drammaticamente nel Mundus novus -, i rischi di naufragio, le sofferenze fisiche innumerevoli, le angosce permanenti che afflissero le nostre anime, tutto ciò lo lascio alla comprensione di quanti hanno avuto esperienza di queste cose e che conoscono cosa significa la ricerca di ciò che è incerto e addirittura sconosciuto... Fummo preda di una così grande paura che avevamo perso quasi ogni speranza di sopravvivere. Nel mezzo di queste tempeste così terribili, del mare e del cielo, piacque all'Altissimo mostrarci il continente, nuova terra e un mondo incognito».

In generale, il tono era molto meno drammatico, perché Vespucci era convinto di essere giunto nel Paradiso Terrestre, o in luoghi che ricordavano il Paradiso Terrestre. L'aria - scriveva - era di rado adombrata da nuvole. Quasi sempre i giorni erano sereni. Talvolta cadeva, leggermente, la rugiada: non vi era quasi vapore, e la rugiada cadeva per tre o quattro ore, e poi si dileguava come nebbia. Gli alberi davano un odore soavissimo e dappertutto mandavano fuori gomme e liquori e sughi. In quel mondo d'aria pura e di profumi, qualcosa ricordava la Primavera e le Stanze. «Vedemmo infinitissima cosa d'uccelli di diverse forme e colori, e tanti pappagalli, e di tante diverse sorte che era meraviglia; alcuni colorati come grana, altri verde e limonati, e altri neri e incarnati; e el canto delli altri uccelli che istavono nelli alberi era cosa tanto soave, e di tanta melodia, che ci accadde molte volte istar parati per le dolcezze loro».


La notte, Vespucci osservava le stelle dell'emisfero australe:
stelle che lui né nessun altro europeo aveva mai conosciuto, tranne i pochi portoghesi che avevano varcato il capo di Buona Speranza, inoltrandosi verso l'India. Ne tenne a memoria venti: chiare come erano chiari, nell'emisfero boreale, gli astri di Venere e Giove. Considerò il loro circuito e i diversi movimenti, e misurò le loro circonferenze e il loro diametro «assai facilmente, avendo io notizie della geometria». Erano - diceva - più grandi di quanto gli uomini pensassero. Vide tre Canopi: due molto chiari, il terzo fosco. Attorno al polo, non c'era Orsa maggiore né Orsa minore: lo circondavano quattro stelle, a forma di quadrangolo; e altre stelle splendevano accesamente, portando nel cielo una luce che noi, sottoposti ai pallidi segni del Nord, ignoriamo. Fra le stelle, vide «l'iride, cioè l'arco celeste, quasi bianco a mezzanotte, che prendeva i colori dei quattro elementi». Scorse la luna nuova congiungersi col sole; e, ogni notte, vapori e fiamme ardenti trascorrevano per il cielo. Tutte le cose che vedeva appartenevano alla gloria del Salvatore, «il quale con meraviglioso artificio fabbricò la macchina del mondo».

Intanto, tornato dal lungo viaggio brasiliano, Vespucci si convinse che le terre che Colombo aveva esplorato e quelle che egli aveva circumnavigato, non appartenevano alle estreme propaggini dell'Asia. Lì non era giunto nessun Marco Polo. Egli aveva conosciuto un Mundus novus: un mondo incognito, che fino allora nessun uomo, provenendo da Occidente o da Oriente, aveva mai visto. Non ebbe bisogno di proclamare la sua verità. I suoi brevi scritti ottennero un grande successo: numerosissime ristampe, e traduzioni. Nel 1507, nel monastero di Saint-Dié, in Lorena, un espertissimo e notissimo cartografo, Martin Waldseemüller, curava la redazione di una nuova Cosmographia di Tolomeo, che avrebbe compreso anche i territori scoperti dagli spagnoli e dai portoghesi. Quando lesse gli scritti di Vespucci, si entusiasmò e decise di tradurli in latino, scrivendo che la quarta parte del mondo si sarebbe dovuta chiamare, da Americus, America. Qualche mese dopo, egli stesso diede l'esempio. In un grande planisfero, incideva sul continente meridionale il nome America, che presto avrebbe contrassegnato anche le terre settentrionali.

Nel marzo 1508, il re di Castiglia nominò Amerigo Vespucci Piloto mayor: primo comandante delle flotte commerciali spagnole, attribuendogli un ricco bilancio per finanziare le sue imprese. Vespucci si trasferì in una nuova casa del Portigo del Carbon, a Siviglia. Il 22 febbraio 1512 morì. Non lasciava figli, ma un nipote fiorentino, che continuò il suo lavoro. Lasciò sopratutto qualcosa di aereo ed invisibile: un semplice nome, che l'aveva accompagnato come un talismano dai tempi di Lorenzo de' Medici, quando tutto era piccolo e prezioso, sino a questi nuovi tempi, nei quali si doveva vivere in un mondo immenso, sotto stelle ignote e brillantissime.

Pietro Citati


La biografia

Cosmografo geografo e avventuriero

Amerigo Vespucci, un’interpretazione di fantasia
Il percorso
Amerigo Vespucci (Firenze, 9 marzo 1454 - Siviglia, 22 febbraio 1512) si forma nella vivace corte dei Medici, dialogando con filosofi e scienziati come Paolo dal Pozzo Toscanelli, mentre cresce ovunque l’interesse per geografia e cosmografia (anche per ragioni economiche). Trasferitosi a Siviglia, prende parte ad almeno tre spedizioni navali, che lo portano all’intuizione che lo renderà immortale: le immense terre scoperte da Cristoforo Colombo pochi anni prima non sono le Indie, ma un «Mondo nuovo»

Lo scaffale
In occasione del cinquecentesimo anniversario della morte del grande esploratore, arriva in libreria il 14 febbraio il libro «Amerigo Vespucci», di Franco Cardini e Marina Montesano, volume corredato da ricche illustrazioni, edito da Le Lettere (pagine 240, e 38). Il 22 febbraio esce invece «Amerigo», meditazione sulla figura di Vespucci del grande scrittore austriaco Stefan Zweig: l’opera, che è anche l’ultima dell’autore prima del suicidio nel 1942, uscì in Italia la prima volta nei Quaderni della Medusa nel 1946, ora viene riproposta da Elliot, nella traduzione di Natascia Pennacchietti (pagine 128, e 10)

martedì 7 febbraio 2012

Entrevista a la Directora de la Escuela de Italiano en Sorrento

Doctora Cristiana Panicco, Fundadora y Directora
de la Escuela de Italiano en Sorrento.
¿Cómo surgió la idea de crear SASL (Santa Ana, Instituto de Lenguas en Sorrento?

Después de estudiar en el exterior,
como estudiante universitaria, en Inglaterra y Alemania, mi mundo cambió. Se transformó en algo más grande y rompí barreras que nunca hubiese imaginado.
Como viajante y hablante de 4 lenguas, creo en el poder transformador de la exposición a nuevos lenguajes, nuevas personas y culturas. Fundé SASL para comaprtir esa filosofía con los demás.
¿Qué es lo que más disfrutar al dirigir SASL?

Realmente disfruto compartir mi pasión por las lenguas y la diversidad con mis estudiantes. Me gusta contribuir con el crecimiento de los estudiantes, entendiendo sus dificultades y tratando de ayudarlos a encontrar todas las posibilidades que les ofrece su vida. Soy empresaria y educadora y necesito de los otros para experimentar la belleza de aprender y de crear. Es un privilegio observar como los estudiantes abres sus mentes, se vuelven mas intuitivos y descubren todo lo que el mundo tienen para ofrecerles.

¿Por qué Sorrento para la escuela de italiano?

Yo nací y me crié al norte de Italia, en Turin. Conozco muchos lugares, pero siempre amé el sur de Italia: la cultura, tradiciones y la belleza de sus paisajes me hacen sentir como la primera vez que visité y admiré la pequeña y típica ciudad de Sorrento. Cuando llegué a Sorrento, sentí como si me hubiese despertado justo de un largo y profundo sueño. Sorrento es una de las más encantadoras ciudades que vi en mi vida. Descubrir este lugar único fue un factor fundamental en mi decidión de abrir una escuela de italiano para extranjeros.
¿Cómo se ha desarrolado SASL a lo largo del tiempo?

SALS está en su 13avo año de actividad y se transformó en una comunindad internacional dónde italianos y estudiantes extranjeros de todas las edades y de todos los rincones del mundo se encuentrarn para intercambiar ideas, culturas y proyectos. Yo comencé con italiano y cursos culturales para extranjeros y luego agregué lenguas extranjeras oara italianos. Un par de años después de ser fundada, SASL empezó a relacionarse con universidades extranjeras proveyendo programas de Study Abroad. A pesar de las incertidumbres políticas y económicas de nuestros días, SASL ofrece a sus estudiantes, profesores y universidades un servicio profesional de educación internacional.

venerdì 3 febbraio 2012

La Gioconda gemella, dipinta dall'allievo

Marani e Vezzosi: «Attribuzione difficile. Forse dei suoi discepoli spagnoli»

Tra le diverse copie della Gioconda sparse per il mondo, la Monna Lisa riemersa ieri dai magazzini del Prado, dopo un accurato lifting, ha una caratteristica importante: presenta un paesaggio identico a quello dell'originale del Louvre. Quel paesaggio dell'Adda caro a Leonardo e ai suoi allievi, che è riemerso solo dopo il restauro. Perché, nell'Ottocento, questa Gioconda - che era stata conosciuta con il nome di Gioconda hermosa ed era stata anche arditamente attribuita a Leonardo - aveva un fondo nero. Come piaceva all'epoca. Mentre ora, dopo la pulitura, è riemerso un paesaggio quasi identico a quello dell'originale del Louvre. Con tanto di «pentimenti» in corso d'opera. Aspetti, questi, che hanno indotto gli esperti del Prado ad affermare che l'opera è coeva alla vera Gioconda (nel 1504 Leonardo aveva certamente già dipinto il volto di Lisa Gherardini), di bottega e probabilmente dipinta da uno dei due allievi del maestro: Francesco Melzi o Andrea Salaino (il Caprotti). Insomma una Gioconda realizzata in tempo reale (datata dagli esperti del Prado tra il 1503 e il 1506).

Il discepolo di Leonardo avrebbe eseguito questa replica nello studio di Firenze dell'artista mentre il maestro stava ancora dipingendo l'originale. Una pratica che accadeva spesso. Anche le dimensioni delle due opere sono simili: la Gioconda del Louvre misura 77 cm x 53 e la copia del Prado 76 cm x 57.

Il paesaggio sullo sfondo è estremamente simile nelle due «Gioconde»; ciò induce a considerarle coeve. Il viso che raffigurerebbe Lisa Gherardini, la moglie del ricco mercante fiorentino Francesco del Giocondo, è invece diverso: più tondo e malizioso quello dell’originale (a destra); allungato e più rigido quello del Prado.Il paesaggio sullo sfondo è estremamente simile nelle due «Gioconde»; ciò induce a considerarle coeve. Il viso che raffigurerebbe Lisa Gherardini, la moglie del ricco mercante fiorentino Francesco del Giocondo, è invece diverso: più tondo e malizioso quello dell’originale (a destra); allungato e più rigido quello del Prado.

Questa Gioconda è entrata nella collezione reale spagnola nel 1666, come ha precisato Miguel Falomir, direttore del dipartimento della pittura italiana del Prado. Sofisticate ricerche, durate un anno - sono state impiegate macchine fotografiche digitali, raggi x, riflettografia, laser e scanner - hanno dato risultati significativi, che saranno resi noti. Per questo gli specialisti del museo hanno riclassificato l'opera, presentata ieri dal direttore del Prado, Miguel Zugaza. Ana Gonzalez Mozo, ricercatrice del gabinetto del museo - che nei giorni scorsi ha anticipato in un convegno alla National Gallery la riscoperta - ha dichiarato che «la limpidezza dell'opera, ora recuperata, ha permesso di scoprire che il ritratto fu eseguito nella officina di Leonardo nello stesso periodo. E lo stato di conservazione della Monna Lisa del Prado è migliore di quella del Louvre». E questa «gemella» aiuterebbe «a capire alcuni aspetti dell'originale».

Questa copia sarà presentata al pubblico a Madrid il 21 febbraio. Poi andrà al Louvre, dove dal 29 marzo al 25 giugno sarà esposta in una mostra dedicata a Leonardo (in occasione del controverso restauro a «Sant'Anna»).

Due studiosi italiani hanno visto recentemente l'opera.

«L'avevo chiesta per esporla in mostra in Giappone dove ci sono altre Gioconde - afferma Alessandro Vezzosi, presidente del Museo Ideale di Vinci -, e io stesso l'ho descritta in La Monna Lisa svelata. Il fondo nero era successivo e in alcune incisioni del '700 questa e altre venivano definite di Leonardo. Non è detto, però, che sia di Salaino, sebbene questo avesse una Gioconda presso di lui che non era quella del Louvre, già acquista per 4 mila scudi da Francesco I». E avanza una ipotesi: «Leonardo aveva allievi spagnoli, quelli che Longhi chiamava i ferrandiani. Uno di loro, all'inizio del '500 era a Firenze». In effetti un documento del 1505 afferma che nel gruppo degli artisti che assistettero Leonardo nella realizzazione della Battaglia di Anghiari a Palazzo Vecchio vi era un «Ferrando Spagnolo, pittore», identificato ora in Fernando Yáñez de la Almedina ora in Fernando Llanos.

L'opera è stata considerata nell'anticipazione di Londra anche dallo storico Pietro Marani, recente autore di un libro narrativo su Salaino. «Il restauro dimostra che ci sono pentimenti che concomitano con l'opera dipinta da Leonardo, quindi nel 1503-5. Lo stile a me sembra anche più tardo e aspetterei la pubblicazione delle riflettografie. Improponibile che ci sia lo zampino di Leonardo, ma il disegno sottostante è il più simile a quello della vera Gioconda. Loro hanno fatto questi due nomi. Ma a me non sembrano coincidere con il loro stile. E il Melzi non era ancora pittore a inizio '500». Anche Marani opterebbe per gli allievi spagnoli. Quanto al restauro si dice «d'accordo nel togliere il fondo nero non coerente», anche se sottolinea il rischio «di attenzione maniacale e di clamore creato ad hoc quando si parla di Leonardo».

Alla conferenza di Londra c'era anche il collezionista americano Robert Simon, colui che ha proposto all'attenzione della National Gallery il Salvator Mundi, ora esposto a Londra. «È una scoperta affascinante che dimostra come avanzate analisi tecniche e competenze storico-artistiche tradizionali possono portare a risultati rilevanti. La qualità di questo dipinto è alta, ma ben distinta dallo stile di Leonardo. Si tratta di una bella Gioconda, ma senza mistero. Nella sua tendenza alla linearità trovo l'attribuzione a Melzi particolarmente suggestiva».

La soprintendente italiana Caterina Bon Valsassina apprezza l'opera: «È un bel dipinto con "sapori raffaelleschi". Non sembra un leonardesco nordico, ma sul nome non mi pronuncio». Cauto lo storico dell'arte Tomaso Montanari, è invece preoccupato del sensazionalismo che generano questi discorsi imbastiti sull'entusiasmo: «È interessante, ma per nulla sensazionale: pare che quando si tocca Leonardo il buon senso e la misura evaporino all'istante. Il quadro è antico, non so se coevo e di così stretta cerchia, ma non è di qualità particolarmente alta, anzi appare legnosetto. Quanto poi al fatto che aprirebbe chissà quali prospettive di interpretazione dell'originale, è una sciocchezza: è un interessante tassello della storia della fortuna della Gioconda».